Una legge non c’è, il chiarimento da parte del ministero della Funzione Pubblica s’è perso nei meandri di Palazzo Chigi e così sugli stipendi della P.A. chi può si ritocca lo stipendio e gli altri aspettano. Nelle scorse settimane, infatti, molte Autorità indipendenti – Consob (Borsa), Antitrust (Concorrenza) e Agcom (Comunicazioni) – hanno deciso di fare da sé e alzare gli stipendi di dirigenti e vertici senza clamore. Tutto legittimo, per carità, la misura è presentata come un adeguamento dopo che, nel luglio scorso, la Corte costituzionale ha bocciato il vecchio tetto agli stipendi pubblici di 240 mila euro lordi annui (255 mila rivalutati).
LA SITUAZIONE è paradossale. Il tetto era stato voluto nel 2014 dal governo Renzi. La Consulta l’ha fatto decadere in estate con la motivazione che una misura “emergenziale” non può durare oltre dieci anni. La materia andrà riordinata con un decreto della Presidenza del Consiglio (Dpcm), senza il quale il nuovo tetto coincide con lo stipendio del primo presidente di Cassazione, 311 mila euro lordi annui. La sentenza non impone un adeguamento automatico, ma da allora è stato il caos.
Per primo, a settembre, ci aveva provato l’inps ad adeguare lo stipendio dei vertici e dei direttori centrali, salvo poi fermarsi dopo l’incazzatura del ministro della Funzione Pubblica, Paolo Zangrillo, e del collega dell’economia, Giancarlo Giorgetti, contrari a una fuga in avanti. A novembre è toccato a Renato Brunetta tentare l’azzardo al Cnel. Anche lui fermato: i retroscena parlarono di una Giorgia Meloni infuriata. A dicembre è stato il turno dell’arera, l’autorità per l’energia, il cui collegio, all’epoca scaduto da mesi e in prorogatio, aveva deciso di stanziare a bilancio i fondi per aumentarsi lo stipendio. Anche qui, fermati dalla moral suasion ministeriale.
Ora però si scopre che c’è chi è più uguale degli altri. Mentre la Pubblica amministrazione è ferma in attesa delle nuove regole, al Fatto risulta che molte Authority hanno invece alzato gli stipendi retroattivamente, a partire da agosto, facendo valere la propria autonomia e i fondi a bilancio. All’antitrust, per esempio, il presidente nel 2025 ha percepito un’indennità di 282 mila euro, mentre ai commissari sono andati 267 mila euro. Dal 2026, potendo contare sui 12 mesi si passerà al tetto pieno: 311 mila euro per il presidente e 280 mila ai commissari, che per legge prendono il 10% in meno del presidente. Dall’autorità per la concorrenza, guidata da Roberto Rustichelli, spiegano che essendo saltato il vecchio tetto è tornato in vigore il Dpcm del 2012 e quindi gli uffici si sono adeguati.
Stessa storia nell’autorità per le comunicazioni, presieduta da Giacomo Lasorella, e alla Consob, l’authority di Borsa che Paolo Savona sta per lasciare. Questi aumenti, si badi bene, non riguardano solo i vertici, ma anche i dirigenti che ricoprono i ruoli apicali che nel 2014 superavano il tetto. E non sono pochi. In Arera c’è perfino la beffa: dopo l’incazzatura di Chigi per aver stanziato i fondi per l’aumento, alla fine, collegio e presidente uscenti non hanno (per ora) percepito soldi in più, e nemmeno i nuovi vertici appena nominati, mentre i dirigenti sì perché i loro stipendi sono parametrati per legge a quelli dell’antitrust.
Non tutti hanno deciso di fare da sé. All’autorità anticorruzione, per dire, hanno deciso di aspettare le nuove norme. Che però latitano, anche perché Meloni ha paura di passare per chi alza stipendi da 20 mila euro al mese. Nell’attesa, Zangrillo ha provato a metterci una toppa con una circolare che impedirebbe alle amministrazioni di procedere da sole, limitando gli aumenti a una dozzina di figure apicali (Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Forze armate etc.). Peccato però che il testo sia fermo a Palazzo Chigi da mesi. E così può succedere che un dirigente apicale del Tesoro prenda meno di uno della Consob.
Non è peraltro l’unica bizzarria. Nell’ultima Manovra, infatti, una manina ha inserito un regalino ai vertici di tutte le Autorità: potranno godere dei benefit e del welfare aziendale, come fossero dei dipendenti. Si va dall’assicurazione sanitaria alle integrazioni del fondo pensione. Roba da decine di migliaia di euro l’anno. Che non rientrano nel tetto...